Il titolo dell'incontro organizzato da Confcooperative Alpe Adria il 31 maggio scorso, nell'ambito del Festival internazionale "è Storia" di Gorizia, è già di per sé esplicativo: Fuori dalle sacrestie, incontro al popolo. Sacerdoti e cooperatori, lievito di sviluppo tra la fine dell'800 e la metà del '900. Evoca un'immagine concreta e potente: quella di sacerdoti e figure locali che, uscendo dagli spazi ecclesiastici, si fanno strada tra le comunità rurali per proporre un modello radicalmente innovativo di organizzazione economica e sociale.
La cooperazione italiana viene spesso descritta come “apolitica, neutrale, non religiosa”, ma la sua storia reale è più articolata: ha radici verdi, bianche e rosse, legate rispettivamente alle matrici liberale, socialista e cattolica. In particolare, la cooperazione cattolica si sviluppa come risposta alla crisi delle campagne, con l’obiettivo di organizzare il lavoro agricolo e rafforzare le comunità locali.
Un elemento decisivo è il contesto storico dei territori del Friuli Venezia Giulia e del Trentino allora parte dell’Impero austro-ungarico, come parte della Venezia Giulia, e non del Regno d’Italia. Qui, a differenza del resto della penisola soggetta al non expedit, i sacerdoti potevano partecipare anche alla vita politica. Figure come don Lorenzo Guetti, don Enrico Panizza e don Luigi Faidutti incarnano questa duplice funzione, traducendo la dottrina sociale in iniziativa economica e sociale. Lo storico e professore dell’Università di Trento Alberto Ianes ha evidenziato come proprio questo quadro istituzionale abbia favorito percorsi cooperativi precoci e originali.
I parroci e i curati svolgono un ruolo centrale: non solo sostegno morale, ma costruzione diretta delle cooperative, gestione amministrativa, formazione di contabili e dirigenti, adattamento di modelli stranieri al contesto locale. La loro forza risiede nella conoscenza diretta delle comunità e nella fiducia sociale di cui godevano.
Lo storico Ferruccio Tassin ha poi ricostruito questo contributo evidenziando figure chiave come don Guetti e don Faidutti, insieme all’impatto nazionale di don Luigi Sturzo. La Rerum Novarum di Leone XIII (1891) fornisce il quadro dottrinale, legittimando e orientando un movimento già in fermento: il suo richiamo alle “cose nuove” intercetta la domanda di giustizia sociale prodotta dalla trasformazione industriale.
Nell’area della Contea principesca di Gorizia e Gradisca, le prime cooperative nascono attorno a comunità rurali: casse rurali per il credito, latterie sociali per valorizzare il latte, cooperative di consumo per l’accesso ai beni essenziali. Strutture che, pur primitive rispetto a oggi, funzionavano come vere infrastrutture economiche e sociali fondate sulla fiducia.
Con il tempo la cooperazione cattolica si consolida in reti più strutturate, fino alla nascita di Confcooperative nel 1919. Il legame con il Partito Popolare e poi con la Democrazia Cristiana è forte, ma non esclusivo: alla base resta una visione sociale centrata su lavoro, famiglia e comunità, alternativa sia al capitalismo senza regole sia al collettivismo statale.
Come evidenziato dal moderatore e giornalista Adriano Del Fabro, la cooperazione non fu solo un fenomeno ideologico o politico, ma un attore economico reale, capace di ridurre disuguaglianze, creare reddito e sostenere lo sviluppo locale in territori marginali.
In questo senso, i sacerdoti “fuori dalle sacrestie” non rappresentano solo una stagione storica, ma un metodo ancora attuale: partire dai bisogni concreti delle comunità, costruire fiducia e legami, e concepire l’economia come strumento di coesione e sviluppo. La spinta alle “cose nuove” evocata dalla Rerum Novarum conserva ancora oggi la sua forza.